sabato 31 gennaio 2009

Nuovo Esperimento di scrittura :) (PRIMO SEGMENTO. PRIMA BOZZA)....lasciate pure un commento

IL SIGNOR G. (PARTE 1)

Il signor G. ha trentadue anni. Ha trentadue anni ed è designer in una ditta dove si progettano e si costruiscono parchi giochi.
Vive in un piccolo bilocale con mutuo trentennale, da solo, anche se sarebbe più opportuno dire che è il bilocale che vive da solo, considerato che il signor G. passa a trovarlo solo a notte fonda, quando il sonno irrompe egoisticamente.
Il signor G. infatti, esce alle sei dal lavoro (alle sei e mezzo proprio quando ci sono di mezzi i cantieri e il capo cocainomane è sull’orlo di una delle sue crisi di nervi) e si imbottiglia nel traffico milanese per giungere dall’altro capo della città, dove gli altri volontari dell’associazione lo attendono.
Alle otto prende una pizza con gli altri ragazzi e immediatamente dopo c’è la riunione e infine, ascolta gli altri del suo gruppo per cercare di capire cos’altro rimane da fare per l’evento di sabato.
Se si tratta di attacchinare le ultime locandine, non si tira certo indietro e organizza le due squadre che andranno a compiere la missione; in due, oltre a lui, andranno al Politecnico, mentre altri tre volenterosi, il più delle volte pischellini universitari, andranno in Statale. Il procedimento è semplice: quando ci si sente abbastanza sicuri, al riparo da occhi vigili, si scende dalla macchina con il secchio della colla, una scopa e il rotolo dei manifesti.
Uno fa da palo, uno stende i manifesti in terra e l’ultimo passa la colla alla svelta con la scopa tutta sfilacciata. L’operazione deve essere veloce e precisa e si compie nell’orario notturno da mezzanotte all’una.
Il signor G., dopo aver riaccompagnato gli altri al locale, torna stremato nel suo letto all’una e mezza, con un gran mal di testa.
Si sveglia alle otto, ma rimane nel letto ancora quei dieci minuti buoni, per prendere potere su quel suo corpo che sembra implorarlo di rimanere a dormire.
Poi si tratta comunque di far l’atto di forza e di tirarsi in piedi e lui si ritrova a colloquio con lo stendino carico di panni, ormai secchi.
Dunque: calzini, mutande pulite, camicia…camicia…camicia. Da stirare al volo.
Impreca contro il ferro da stiro che stenta a scaldarsi e guarda sempre più irritato quella sveglia digitale che sembra avercela con lui a tirare avanti i minuti, solo per farlo arrivare al lavoro con quel ritardo che gli costerà i commenti acidi del capo.
Quando finalmente la camicia è pressappoco stirata, suona il cellulare ed è il suo amico che gli ricorda che quella sera c’è quel famoso impegno che aveva preso con lui e quelli dell’associazione di Roma.
“Ci sono Teo! Ci sentiamo in pausa pranzo…dovrei uscire alle sei e poi ti vengo a prendere in Caiazzo.Ciao a dopo, buona giornata!”
Il signor G. possiede una Lancia Y blu che ha il merito di non scoraggiarsi quando lui si perde e sembra che le strade gli facciano i dispetti.
Alle nove e zero otto entra al lavoro e già si sente il presagio di una mattinata piena di scazzi perché il capo cantiere di Torino ha preso la pavimentazione sbagliata dal magazzino e sta smadonnando al telefono con il capo cocaionomane.
Il signor G. non si capacita dell’errore. Cioè lui è fermamente convinto di averla ricevuta la pavimentazione di Torino, ma non si spiega come mai quel coglione di Gino abbia preso iniziativa propria e sia partito con la pavimentazione di un altro cantiere.
E il cocainomane la prende al volo la possibilità di umiliarlo e dirne di ogni sul suo conto. Il Signor G. non tace e risponde mandandolo a quel paese, sbattendo la porta del suo ufficio.
“Architetto, mi scusi” è una voce flebile che voce che lo sorprende alle spalle.
“Che c’èéééé?” sbraita il signor G.
“Architetto, mi scusi ma le sta suonando il cellulare”. Gli porge l’apparecchio il povero geometra Palumbo, intimorito dal fatto che il signor G. sembrava aver perso improvvisamente il suo stile compassato e gentile.
L’apparecchio suona ed è la sua fidanzata che lo cerca.
“G. tesoro, tutto bene?”
“No un cazzo va bene. Qua sembra che gli sbagli siano tutti miei” ancora alterato non controlla il tono di voce.
“Tesoro ma cosa succede?”
“Nulla. Solite cose qua al lavoro. Dimmi”
“Sicuro cucciolo che vada tutto bene?”
“Sì sì” disse annoiato “Che c’è?”
“No va beh, scusa se ti disturbo ma ti ricordi che stasera siamo a cena da Ele?”
“Come a cena da Ele? Ma non era domani, scusa…io mi ricordo perfettamente che è domani! Il 24 era e il 24 è domani…”
“Veramente oggi è il 24. No G. non dirmi che te ne sei dimenticato. Sai che ci tengo a questa cosa…”
Merda. E ora come ne vien fuori? Il Signor G. comincia a sentire che il terreno gli frana da sotto le suole.
“No chiaro che no. Oggi è il 24. Sì. A che ora è la cena?”
“Alle otto, ma dobbiamo passare a prendere anche Nadi”.
“Va bene. Ci sentiamo fra poco. Ti richiamo perché il capo mi sta cercando…”
Il signor G. sente che deve chiudersi in bagno per riflettere sulla decisione da prendersi; in ogni caso qualcuno rimarrà male. In ogni caso si tratterà di dire una bugia a qualcuno.
La sua fidanzata in genere non fa storie, ma non è neanche giusto che rimanga sola proprio questa volta che lei ci tiene tanto ad andare con lui a questa cena.
E Teo? Ha fatto tanta fatica per organizzare questo incontro e ora paccarlo sarebbe proprio brutto.
Il signor G. si sente in una morsa e teme che anche il water possa avanzare pretese verso di lui.
Alla fine decide che la sua fidanzata può andare benissimo da sola anche perché non è una di quelle che non esce di casa senza di lui.
Capirà.
“Cucciola ascolta, mi hanno messo una riunione importantissima questa sera…guarda sono incazzatissimo perché hanno deciso loro e io lo avevo detto chiaramente che il 24 non ci potevo essere”.
“Non pigliarmi per il culo. La riunione lo sapevi benissimo che c’era. Lo sapevi da tempo. Come al solito io sono sempre all’ultimo posto delle tue priorità. Va bene” E la signorina F. riattacca.
Il Signor G. rimane di gesso. I suoi occhi di solito verdi e cerulei, cambiano tonalità e volgono ad un grigio ghiaccio.
Voleva cavarsela a buon mercato e invece la signorina F. s’è incazzata sul serio, tanto da non rispondere più alle sue chiamate.
Che fare? Le risposte, quelle sensate e sagge, non piovono da cielo e non emergono dai water, soprattutto.
Lo chiamano per andare su un cantiere a controllare delle altalene e Carla, la sua collega dell’amministrazione, prima che possa salire in macchina gli dice: “G. ti vedo stanco. Tutto bene?”
“No non va niente bene. Ho appena litigato con F.”
“Calmati, vedrai che si risolverà tutto. Stai sereno però, altrimenti fai ulteriori guai”.
Il Signor G. rimane male. Stava facendo guai, era vero. E ci doveva fare i conti con i propri guai.
Era vero. Non potevo più nasconderselo né a se stesso né a tutti quelli che gli stavano accanto. Era in difficoltà su tutta una serie di aspetti della sua vita. La storia con F. è importante, ma anche l’associazione è importante. Il lavoro era quello che era ma tutto sommato c’è stato di peggio. Poi c’è il sogno di andare a vivere sul mare, vicino a Genova. Poi c’erano i progetti dell’associazione in India che l’aveva conquistato e a cui, non riusciva a rinunciare.
Questi aspetti presi separatamente avevano senso ma insieme, faticano a trovare coerenza.
I pezzi erano quelli che credeva giusti ma non riusciva a incastrarli. Cosa non va dunque?
Dove sta sbagliando?
Il capo comincia a tampinarlo come se pochi minuti fa avesse sclerato con qualcun altro e senza chiedere scusa, passa oltre e lo rintrona con discorsi sulla famosa Arena di Dakar a cui sta lavorando da oltre vent’anni.
La mitica Arena di Dakar che vanta centosessantatrè progetti per l’esattezza, quattordici plastici e addirittura, una squadra pronta a trasferirsi per la realizzazione dell’opera.
Il capo si calmava solo quando si faceva un qualche commento su questa benedetta Arena. Era la sua copertina di Linus, il pollice da succhiare quando si sentiva tanto fragile da non poter affrontare le bestie, fuori dall’Arena, ovviamente.
Il signor G. guarda lo sbruffone del suo capo e intuisce il gioco di specchi; l’Arena era ferma al progetto perché lo sapevano tutti lì dentro alla Ludica S.r.l. che il capo amava crogiolarsi nell’autocommiserazione per non aver trovato qualcuno che credesse nel progetto, come ci credeva lui. Ma in realtà, i centossesantatrè progetti dicono che il primo a non crederci era lui stesso; ne bastava uno di progetto coerente in cui credere, fino in fondo.
E lui non era molto diverso, in realtà. A parte che non si faceva di coca, capiva che alla fine gli errori di uno, sono gli errori di tutti e cominciò anche a provare compassione per quell’ometto.
Non era diverso perché anche la sua Arena di Dakar comincia a parergli un’accozzaglia di scelte confuse e talvolta contraddittorie. Non che fosse tutto male intendiamoci, ma ora stava cedendo e non poteva rendersi ridicolo come il suo capo che s’ostinava a dire ‘Tutto bene’, quando tutto affondava.
Già questo era un punto di partenza importante per il signor G: riconoscere di avere un problema.
Come tutti li abbiamo d’altronde, non è che lui sia l’unico papero sfigato della crosta terrestre.
E neanche il più sfigato. Ha una forza d’animo il signor G. che pochi altri potrebbero vantare.
Poi poteva definirsi una persona corretta, anche se qualche cacchiata l’ha pur sparata, ma come tutti, via.
La cosa essenziale è che lui si proponeva di non cacciarsi più in situazione assurde in cui diceva sì a tutti per non dire qualche no. Non è che il no significa disimpegno in tutto, menefreghismo o egoismo.
E’ che è umanamente impossibile fare tutto. Anche se modestamente, si è il signor G.
Preso coscienza del suo limite umano, forse può anche concentrarsi per cercare di capire quello che può fare bene, ma bene fino in fondo.
Per prima cosa, decide che nel pomeriggio, dopo la pausa pranzo e la visita al cantiere, sarebbe corso da F. e le avrebbe chiesto scusa.
Avrebbe cercato di spiegargli la sua difficoltà del momento e così poi, avrebbe potuto accanirsi sulla soluzione.

Il signor G. alle quattordici e zero sei infila le chiavi nel quadro e sguscia in tangenziale e spera che la signorina F. nella sua furia non sia uscita di casa.
Il signor G. conserva un ricordo molto tenero di quando la vide per la prima volta; la signorina F. camminava e lui da dietro in macchina, aveva bisogno di qualcuno che gli spiegasse dove diavolo si potessero comperare delle batterie in quel paese strappato alle carte geografiche del Wyoming, dove il geometra Palumbo l’aveva spedito il primo giorno d’aprile.
In effetti fu uno scherzo. Un tiro del caso che quel giorno facesse caldo per la prima volta e che nessuno, a parte questa signorina F., passasse di lì.
Il nostro signor G. , affezionato sostenitore del metodo ‘Scusa sai per caso…’ con uno scatto s’era infilato nel passo carraio dove lei stava attraversando e la signorina F., dopo il primo momento di spavento, aveva preso il controllo della situazione e aveva risposto gentilmente.
Ringraziò e partì di nuovo.
A nulla servirono le indicazioni, visto che dieci minuti dopo vagava ancora per i campi del Tenessee…(come c’era arrivato chissà); il fato gli fece guadagnare quei dieci minuti necessari affinché la signorina F., dal ritorno dalla sua passeggiata, entrasse proprio nella cartoleria dove lui era approdato in modo quasi disperato e supplicante.
“Hai trovato le batterie?” chiese lei con sorpresa nel vederselo ancora lì.
Stava diventando una questione di Stato l’acquisto delle batterie e questo suo posare gli occhi su di lui, tranquilla, sinceramente in comunione con la sua condizione esistenziale, gli fece dapprima crollare ogni barriera e poi, prendere un’iniziativa che forse, in altri frangenti, non avrebbe tentato.
Si fa animo pensando a tutti quei momenti vivaci vissuti da quel momento in poi con lei e pigia i centoventi per pungolare se stesso a reagire di fronte alla fame del Nonsenso che ingoia tutto.
In trenta minuti si fa tutto il suo bel discorso sul Nonsenso che sì insomma, in questo periodo di grande fatica, faceva parere tutto uguale e lui non voleva fermarsi per non accettarlo, per non affrontarlo.
Si fece questo discorso crudo con la paura che il Nonsenso l’avesse preceduto a casa della signorina F. e avesse ingoiato pure lei, insieme a tutte le altre occasioni perse, lasciate cadere e ignorate, se non addirittura sciupate, perché è molto più comodo far finta che l’Arena di Dakar non sia importante, piuttosto che accettare talvolta le conseguenze delle proprie azioni.
Il signor G. scende dalla macchina e corre al citofono. Non trova nessuno e preso da un attacco d’ansia comincia a camminare lungo quel viale di Tigli, sperando di vederla spuntare, prima o poi.
Entra in cartoleria, in gelateria e infine davanti al fiorista che ha aperto da poco, decide che deve comperare un bocciolo di rosa rossa.
Cammina verso la sua auto e s’accorge che non l’ha cercato ancora in un posto.
La vede distesa, come quella volta in ospedale, dove lei, operata da poco, sembrava una farfalla maestosa, ormai libera dal bozzolo.
Ha i capelli liberi e lunghi sull’erba e alcune ciocche le cadono sulle guance arrossate e gonfie.
“Ma che ci fai qua?” dice lui rimanendo prudentemente a sette passi da lei.
“ Gli affari miei, ci faccio”. Il silenzio della signorina F. penetra il signor G. ancora più di un rabbioso “Vattene!”
Sta camminando sul filo e lo sa. Non ha molti margini di recupero e la sente lontana.
Alla fine lui è perfettamente consapevole che l’ha mandata via lui con il suo Nonsenso non affrontato.
Deve parlarle, ma il signor G. non sa cosa dire. Il Nonsenso non è un ottimo suggeritore, soprattutto quando si tratta di salvare situazioni critiche e quindi il nostro signor G., decide che è ora di aprire il portellone e lasciare che fuoriesca tutto, a caso e visceralmente…non ne può più di tenersi dentro tutto.
“Scusa”.
E infatti, scusa riassume il tutto ma non spiega. Non sapendo cos’altro dire, la osserva e sente la sua solitudine.
“Sono mesi che stringo i denti e sopporto i tuoi silenzi, cerco di starti accanto perché ti sento in difficoltà, ma tu non hai alcuna considerazione per ciò che sento io, invece”.
Il modo freddo, lunare, della signorina F. nel dire questo fa breccia nel Nonsenso del signor G.
Si sta spegnendo lo slancio con cui la signorina F. gli si metteva al collo e lo inondava di gioia e il signor G. nota che gli occhi di lei così tristi e belli, non tentano più di sfondare; sono immobili e vitrei.
Il signor G. si avvicina e si abbassa per guardarla meglio. Lui la conosce per quel suo modo di dare libera espressione ad emozioni e sentimenti e sa che a questo lui proprio non ci può rinunciare.
“Non ti lascio più sola”. Si butta al collo della signorina F. e lascia che il suo stare lì dica più di tutto.